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Analisi personale su alcuni album dei Cure
FAITH tracklist: - the holy hour - primary - other voices - all cats are grey - the funeral party - doubt - the drowning man - faith La maturazione artistica dei Cure nella prima parte della loro storia passa obbligatoriamente attraverso Faith. Un album decisamente introspettivo e piuttosto minimale, che dai toni sfumati e chiaroscurali della copertina riversa nella musica e nei testi l’essenza ben delineata della poetica di Robert Smith.
Inevitabilmente povero di arrangiamenti - vuoi per l’ancora acerba professionalità dei componenti, vuoi per l’approccio stilistico aderente al trend dell’epoca - Faith è un’opera che si riaggancia in più punti al precedente Seventeen Seconds e ne matura i contenuti con una coerenza e una precisione più marcata. Infatti, laddove Seventeen Seconds mescolava a canzoni già tipiche del repertorio dei Cure (A Forest, M, Seventeen Seconds) ad episodi dai contorni psichedelici (At Night, The final sound, Three), Faith canonizza la stesura dei brani, li amalgama tra loro, incentra sul connubbio parole-atmosfera il percorso narrativo dell’album.
Una certa connotazione "dark" prende forma nei titoli e nelle liriche, inoltre. Pur lontano dai malesseri deformi e sofferti di Pornography, Robert Smith scrive storie che spaziano dai ricordi d’infanzia personali (Primary) a visioni metaforiche e simboliche esterne (All Cats Are Grey, The Funeral Party); fino a stendere, nella conclusione, un ponte ideale con il vicino futuro di Pornography (nella title-track Faith). Connotazione "dark" dunque, che si fa espressione di un disagio non ancora emerso, ma che si rispecchia negli eventi circostanti, nelle tragedie emotive di ciascuno.
Il sound dell’album è molto delineato ed essenziale, basato oltre che sulla voce sul basso - sempre in primo piano e carico di flanging - su una batteria secca e poco virtuosistica, su vasti tappeti di tastiere. Del resto la band era in attività da soli 3 anni e non aveva ancora esperienza sufficiente per arricchire le idee con elaborazioni strumentali particolari. Ma forse proprio qui sta la forza descrittiva e penetrativa di Faith: l’ascolto si concentra senza distrazioni sulle linee melodiche e ritmiche afferrando con facilità il senso profondo dei testi. Nessuna concessione al gusto del prezioso, nessun compromesso con le tendenze che l’allora magmatico panorama della new wave stava cercando di seguire.
I Cure, gruppo alternativo e poco noto, riuscivano a concretizzare il proprio progetto in modo libero e coerente, senza troppi pensieri rivolti al mercato.
Faith resta a tutt’oggi uno dei lavori più significativi della loro carriera, con due o tre brani memorabili e testi tra i più affascinanti mai scritti da Smith (The Drowning Man, Faith, All Cats Are Grey).
PORNOGRAPHY
tracklist: - one hundred years - a short term effect - the hanging garden - siamese twins - the figurehead - a strange day - cold - pornography
< Pornography rappresenta ancora oggi una delle chiavi di volta della storia dei Cure e di tutta la discografia della dark wave britannica. Un album segnato da un pesante rapporto tra suoni e parole che si pone come pietra di paragone per quella filosofia di vita depressa e pessimistica che caratterizzò buona parte di una generazione.
A partire dal titolo e dalle immagini di copertina, risulta evidente l’intento di Robert Smith e soci - all’epoca rimasti in due - di esprimere un senso di disagio che travalica le normali riflessioni sulla vita e la morte a cui il rock ci aveva abituato. Volti distorti come in quadri espressionisti dipinti prevalentemente di rosso e nero, versi carichi di macabre visioni e riflessioni nichiliste, ritmi ossessivi e trascinati da riff di chitarra rigorosamente in tonalità minore: questi i principali elementi di un’opera che ha una coesione di rara efficacia.
Pornography, infatti, è forse l’album più concettuale e uniforme della band; un album dove i temi ricorrenti si amalgamano e vengono riletti in varie prospettive, sia sul piano musicale che su quello lirico. La voce di Smith echeggia risoluta e disillusa in atmosfere che sembrano continuamente richiamarsi tra loro, fino all’apoteosi finale della title-track che accarezza uno sperimentalismo mai più ripreso successivamente dal gruppo. "A strange day", "Cold", "A short term effect", "The figurehead" sono le canzoni-manifesto di una prima fase evolutiva che dalle grige malinconie di "Faith" culminò con la radicale affermazione del no future. Ma è soprattutto nel martellante brano di apertura "One hundred years" che si concentrano tutto il malessere da esorcizzare e tutte le fobie dell’uomo contemporaneo, legato indissolubilmente all’incubo del successo e della vecchiaia più che al tesoro dell’esperienza.
Smith, Gallup e Tholurst non si impaludarono nei perfezionismi e riuscirono così a creare un affresco di intensità irripetibile.
JAPANESE_WHISPERS tracklist: - Just one kiss - La ment - Let's go to bed - Mr. Pink Eyes - Speak my language - The dream - The lovecats - The upstairs room - The walk brani scritti da Robert Smith in una delle fasi più instabili della band britannica. Fase cronologicamente collocabile tra Pornography (1982) e The Top (1984) e di grande rilevanza nella prospettiva storica dell’evoluzione del gruppo. In quel periodo, infatti, Robert Smith maturò indipendentemente dagli altri membri della band svariate idee e progetti, che lo portarono a scrivere molto materiale sia in autonomia, sia collaborando con altri musicisti dell’area dark-wave dell’epoca.
Ma il nome dei Cure, tralasciando il lungo tour con Siouxsie (con relativo doppio album live) e l’album dei Glove (assieme a Steve Severin, bassista dei Banshees di Siouxsie), si legò comunque ad una linea progettuale ben precisa, che vide Smith affrontare una svolta stilistica e iconografica notevole.
Dall’essenza delle canzoni che finirono poi pubblicate su Japanese, maturarono infatti la "rifondazione" del gruppo e i due significativi dischi della metà degli ‘80: The Top e The head on the door.
Lo stacco dalle atmosfere prolissamente oscure e nichiliste di Pornography risulta subito evidente, laddove brani come Lovecats, Upstair’s room e The walk mostrano un approccio più disinvolto, disilluso e spesso scanzonato con le emozioni della vita. Pur restando aderente ad una visione non luminosa del futuro e dei rapporti con gli altri, Robert Smith nel 1983 cominciò a scrivere testi meno incentrati sui corti circuiti interiori; cominciò a guardarsi intorno, a descrivere amori quotidiani (Let’s go to bed, Speak my language), piccoli drammi urbani (Lament), sensazioni oniriche (Just one kiss, The dream). Il tutto impostato su una scelta di sonorità sicuramente meno tradizionali per lo standard dei Cure; sonorità generate dall’uso di strumenti a loro volta rivelatori di una sfumatura più sarcastica e trasognata, al punto da contaminare di jazz il mood di certi brani (pianoforti, trombe, contrabbassi, flauti) o di tecnopop (sintetizzatori, drum-machines).
Tutto questo, non a caso, si riverserà parzialmente negli album successivi di cui sopra, mitigando talvolta la vena scanzonata, ma cancellando fortemente le impressioni depressive e dark degli esordi. Mantenendo forse più viva l’impronta jazzistica che non quella elettronica.
Japanese Whisper racchiude l’essenza di questa fase e ne diventa unica testimonianza, proponendo otto canzoni tra le molte che furono pubblicate su mix, remix, miniLP nell’arco di quei quindici mesi.
Da rilevare, tra i vari strumentisti che collaborarono con Smith allora, il bassista Phil Thornally (che suonò anche in The Top e nel relativo tour) e il batterista Steve Goulding.
THE_TOP
tracklist: - shake dog shake - birdmad girl - wailing wall - give me it - dressing up - the caterpillar - piggy in the mirror - the empty world - bananafish bones - the top
Nel 1984 la scena della new wave andava radicalizzandosi sia nei suoi principali filoni musicali, sia nell’immagine. Il magma del post-punk veniva codificato attraverso tutta una serie di gruppi che definendosi ora gothic-punk, ora dark, ora più semplicemente wave, davano vita a ramificazioni di fans e di generi in realtà tutti accomunati dalla volontà di reinterpretare gli stilemi del rock tradizionale.
I Cure, in questo panorama, si stavano muovendo tra l’instabilità della formazione e la ricerca di un’identità che dopo le depressioni di "Pornography" e il jazz-pop di "Japanese Whisper" necessitava di direttive precise. Robert Smith e Lol Tholurst, leader storici del gruppo, cominciarono ad adottare un look tetro e para-religioso che facesse da specchio alle costanti angosce individuali e sostenesse una personale rilettura delle cose prodotte fino ad allora.
The Top, infatti, pur considerato un album anomalo nella storia di questa cult-band, suona un po’ come la sintesi dei progetti passati e di quelli a venire. Intriso com’è di ammiccamenti burleschi e giocosi (Caterpillar), di jazzismi e bluesismi rilassati e ironici (Bananfishbones, Piggy in the mirror), di inquietanti e disperati riferimenti sessuali (Shake dog shake, Give me it), di malinconie notturne (Dressing up) e di nenie arabeggianti (Wailing wall), The Top sembra rieccheggiare con un nuovo smalto le atmosfere dei primi dischi e nel contempo anticipare i successivi lavori. Il tutto con una maturità artistica che superava in un balzo i semplicismi pseudo-dance di "Upstair’s room" e "Let’s go to bed" e poneva le basi di una nuova importante fase creativa.
Non si tratta di un’opera facile, immediata. Anzi, si tratta sicuramente del lavoro più ostico dal punto di vista musicale, sebbene impreziosito da ritmi e melodie che non sfigurerebbero nei dischi di qualche illustre cantautore internazionale. Non c’è un solo brano che possa arrivare al cuore con la semplicità lineare del successivo "The head on the door". Non cè un solo brano che non riveli un percorso complesso, una metafora poetica, un simbolismo quasi esoterico nelle intenzioni di Robert Smith.
L’uso di vari animali nei titoli delle canzoni è l’esempio più evidente di questa scelta trasversale. Ci sono il cane, l’uccello, il maialino, il bruco, il pesce... e nei testi si citano anche l’orso polare, il gatto... Una sorta di zoo umano in cui i personaggi si identificano per comportamenti e stili di vita. A far da contorno al pesante senso di smarrimento e di disillusione che attanaglia l’individuo incapace di arrivare sulla cima e probabilmente incapace anche di scenderne.
Esplosioni di violenza ritmica si alternano a riflessivi momenti impressionisti, in questo composito album che segnò una decisiva affermazione del dark-look nel mondo giovanile. Capelli cotonati, rosari e crocefissi, scarpe creeper, rossetti e rimmel sono l’altra faccia della soluzione di mascherarsi altrimenti da animali; nella vita così come sul palco.
The Top dunque, apparentemente opera di transizione, sembrerebbe invece la chiave di volta per capire l’evoluzione dei Cure e la definitiva codificazione di un genere che, bene o male, segnò un’epoca.
KISS_ME_KISS_ME_KISS_ME
tracklist: - the kiss - catch - torture - if only tonight we could sleep - why can't i be you? - how beautiful you are.. - the snake pit - hey you!!! - just like heaven - all i want - hot hot hot!!! - one more time - like cockatoos - icing sugar - the perfect girl - a thousand hours - shiver and shake - fight La copertina arancione e rossa di Kiss me Kiss me Kiss me comparve nei negozi di dischi verso la fine del 1987, dopo che i Cure avevano fatto fugaci apparizioni in mezza Europa (Italia compresa) per proporre dal vivo in TV il nuovo pezzo di punta Why Can’t I be You?
Pezzo che se da un lato spiazzava definitivamente lo zoccolo duro dei fans storici, dall’altro poneva in luce che la svolta di percorso iniziata 4 anni prima era giunta all’apice; e che, soprattutto, si palesava una precisa scelta commerciale. Proprio quella canzone così al di fuori dagli schemi stilistici di Robert Smith, infatti, fu un passo decisivo per conquistare il plauso di ampie frange di pubblico fino ad allora estranee alle chiome cotonate e alle schitarrate dark. Il plauso ci fu, amplificò i primi tentativi di ammiccare in modo autoironico (Close To Me, ad esempio) e proiettò la band nelle posizioni alte delle classifiche mondiali.
Tutti questi presupposti, in ogni caso, non impediscono di valutare obbiettivamente Kiss me Kiss me come un album abbastanza riuscito, emotivamente discontinuo, ma pregno degli stilemi del gruppo e finalmente svincolato da un’iconografia che marcava inevitabilmente la radice depressiva e paranoide di inizio carriera. I colori vividi, alcuni titoli sicuramente leggeri, qualche testo scanzonato, mescolati all’impronta più tradizionalmente pessimista di Smith diedero vita ad un lavoro di ampio respiro capace di accontentare molti palati e di non deludere completamente l’estimatore; senza nulla togliere alla preparazione tecnica del sound e all’originalità di tanti spunti creativi.
A mio parere il doppio LP poteva essere sforbiciato qua e là, per quanto abbia una coesione tale da non appesantirsi di certi episodi ridondanti (come The Snake Pit). Emotivamente mi è rimasto nel cuore ed ha segnato il culmine di un periodo che come colonna sonora non poteva che avere quelle canzoni: Catch, Icing Sugar, Torture, If Only Tonight We Could Sleep, All I Want.... Canzoni che parlano specialmente di amore, sesso, rapporti personali, cause ed effetti di avvicinamenti e rotture, intrise di riferimenti onirici e ancor più di una chiara forza di volontà.
Il percorso allegorico e narrativo parte con la mirabile The Kiss - graffiante e atrocemente passionale - per snodarsi lungo le intimità dei ricordi (Catch), dei volti conosciuti (The Perfect Girl), degli episodi di vita vissuta (How Beautiful You Are), dei presentimenti (Just Like Heaven) e delle certezze (One More Time).
E non è un caso che l’album si chiuda con Fight, brano anomalo, che ripete ossessivamente quanto l’esercizio della volontà possa rimuovere il malessere a lungo sofferto e offrire vie d’uscita. Combattere come soluzione all’instabilità individuale e di coppia. Combattere per ottenere una vittoria morale e un risultato concreto.
L’ultimissimo anelito spontaneo di un autore geniale come Robert Smith, che a partire dal successivo Disintegration si mostrò disilluso nonostante tutto.
DISINTEGRATION tracklist: - plainsong - pictures of you - closedown - lovesong - lullaby - fascination street - prayers for rain - the same deep water as you - disintegration - untitled - last dance - homesick Le scritte sulla copertina di Disintegration sono come scrostate, corrose dal tempo... ma sembrano, più che in fase di disfacimento, già sulla via della ricomposizione.
Tra bagliori di profondo verde, foglie di ninfee e altri fiori dalle corolle intense, fa capolino il volto di Robert Smith, malinconicamente sorridente e quasi clownesco; per la prima volta in dieci anni visibile chiaramente su una copertina nella sua vera fisionomia.
Archiviate le distorsioni sanguigne di Pornography, gli stencil di The Top, le fosforescenze di The Head On The Door, la mente creativa dei Cure emerge fisicamente agli occhi di milioni di estimatori che hanno reso la sua band una delle più celebrate cult-band della storia del rock.
Disintegration, a mio avviso, fu pubblicato al termine del secondo importante punto di svolta; una svolta incentrata soprattutto sulla rottura del sodalizio con Lol Tholurst (braccio destro fondatore dei Cure) che viene accreditato solo marginalmente nella realizzazione del disco.
Disintegration rivela definitivamente che i Cure sono Robert Smith, che le emozioni liriche e sonore della loro nutrita discografia sono lo specchio esistenziale dei malesseri, delle dannazioni, delle guarigioni del loro leader carismatico. E non a caso quel nome tanto celebrato (La Cura) giunge alla fine degli anni '80 alla rilettura di un lungo bilancio e all'affermazione di un'unica presa di coscienza, disincantata e serenamente disillusa.
Se Faith e Pornography portavano all'apice il rifiuto delle apparenze rassicuranti della vita ("finiamo tutti nel bagagliaio di un'auto nera" - One Hundred Years; "devo trovare una cura" - Pornography)... se The Head On The Door e Kiss Me tentavano la carta della sana follia e del recupero dell'anima infantile, del sesso e della reazione vitale ("combatti combatti" - Fight).... Disintegration ci dice che tutte quelle soluzioni non erano altro che placebo, evanescenti attenzioni agli aspetti istintivi dell'esistere, momenti interiori riversati sugli altri e vissuti emotivamente con adrenalina.
Le avvisaglie suggerite già da Sinking, ma tutto sommato nascoste tra le pieghe di altre canzoni, in Disintegration tornano ad evidenziarsi: tutto quello che ci resta sono i ricordi, le fugaci sensazioni dell'amore, le tracce della memoria che quasi ci appaga - pur inafferrabile.
Brani come Pictures Of You, Lovesong, Fascination Street avvolgono l'ascoltatore di ancestrali richiami al passato, di situazioni narrative fissate nel tempo, ma impossibili da toccare se non con l'immaginazione. La semplicità di ciò che resta in noi è disarmante e ci manifesta che l'unico vero stato d'animo permanente è una disillusa nostalgia di noi stessi.
Smith scrive testi con una duplice chiave di lettura. E procedendo verso la fine dell'album si sciolgono i dubbi, ci dichiara la sua certezza di avere giocato e scherzato - con la carne e con il fuoco - di aver sofferto e odiato.... ma di essere poi arrivato ad una consapevolezza molto più lineare e onesta di ciò che è stato.
Disintegration, canzone ripetitiva, schematica, martellante e non per questo meno struggente, diventa l'ultima luce autentica della carriera dei Cure, che in seguito - pur con qualche apprezzabile guizzo - non faranno che ripetere sè stessi e sfruttare il loro stile in modo discutibile.
Nel complesso l'opera risulta un po' tirata per le lunghe, con passaggi bellissimi nella loro essenza, ma troppo diluiti nella stesura finale. Scelta forse dettata dai testi piuttosto lunghi, ma più probabilmente voluta per imprimere una specie di stasi rotatoria all'ascolto.
Infatti diventa quasi uno standard arrangiare le canzoni con una lunga introduzione strumentale che viene poi ripetuta uguale con la voce sopra.
Questo condizionò anche la produzione materiale del disco, al punto che solo le versioni in cassetta e in cd contengono i brani The Last dance e Homesick. Sul vinile, che poteva contenere al massimo un'ora di musica, furono messi solo i titoli più rappresentativi; e comunque, anche solo quelli, portarono ad una stampa del supporto precisa al millimetro.
Grande successo commerciale, all'epoca, del singolo Lullaby, uscito subito dopo Fascination Street (che passò inosservato). Grande successo del tour relativo (The Prayer Tour) che toccò l'Italia a Milano e Torino; e che portò definitivamente ai piedi di Smith e soci una massa di pubblico non più formata da soli dark.
WISH tracklist: - open - high - apart - from the edge of the deep green sea - wendy time - doing the unstuck - friday i'm in love - trust - a letter to elise - cut - to wish impossible things - end Personalmente ho sempre considerato Wish un figlio illeggittimo della storia tormentata e affascinante dei Cure; o quanto meno un figlio non voluto completamente, frutto di un’evoluzione ormai giunta alla resa dei conti e dell’onda lunga di due opere - come Kiss me Kiss me e Disintegration - che già rappresentavano l’apice e la summa di una celebrata carriera.
Wish potrebbe essere benissimo una raccolta di brani scartati dai due precedenti album appena citati, oppure una rilettura di alcune parti degli stessi. La stesura di certe canzoni, i riff di chitarra, i testi, le atmosfere, gli arrangiamenti, rimandano continuamente a vari episodi notevoli del periodo compreso tra l’87 e l’89, quando i molti percorsi musicali e lirici di Smith e soci confluirono in un variegato e rutilante circo emozionale. Il circo che portò in pista le nostalgie di Faith, le visioni nebbiose di Seventeen Seconds, i malesseri di Pornography, le ritualità di The Top.
Il che, se da un lato potrebbe far sospettare una sorta di autoplagio teso a ricalcare con formula sicura i successi già conseguiti, dall’altro riconferma e consolida uno stile efficace, un autentico marchio di fabbrica, che inizia con i vocalizzi striduli e ironici di Robert e prosegue attraverso un sound inconfondibile di tessiture ritmiche e armoniche.
Le vagheggiate dichiarazioni d’amore di High tendono la mano a canzoni come Catch o The Perfect Girl; le malinconiche note di Apart rispecchiano da vicino The Same Deep Water As You; la filastrocca di Friday I’m In Love riprende le tracce colorate di In-Between Days; le jazzature funkeggianti di Wendy Time suonano un po’ come quelle di Hot Hot Hot; i graffianti approcci rock di End echeggiano addirittura reminiscenze di Shake Dog Shake.
Insomma, l’insieme di Wish, nel 1992, sembra assumere i contorni di un’ennesima celebrazione della "personalità" dei Cure... allora più che mai tenuti insieme dalla presenza dei superstiti Gallup e Smith, nonchè dall’autorevolezza artistica e poetica di quest’ultimo. Al punto che molti si sono chiesti se ci fosse realmente "bisogno" di un disco come Wish... almeno fino a quando non uscì Wild Mood Swing (che per quanto discutibile e discutibilmente bruttino, ruppe realmente le righe).
Wish che è un lavoro lungo e prolisso, fatto di canzoni di durata anche superiore a quelle di Disintegration - tra cui due o tre che potevano essere tagliate comodamente senza sminuirne la portata, anzi... From The Edge Of The Deep Green Sea sfumando sui 4 minuti e anticipando le svisate di chitarra che sono più avanti ci avrebbe guadagnato moltissimo in coesione.
Wish che ha una delle copertine più enigmatiche e ostiche, nuovamente sguarnita di qualsiasi riferimento alle figure umane, essenziale (come sempre) nel proporre disegni e testi, impossibile da interpretare in funzione delle atmosfere dell’album come invece accadeva nei lavori precedenti.
Wish che diede comunque origine ad un altro tour faraonico, a cui non mancarano gli aficionados irriducibili e i fans dell’ultima ora già conquistati da Disintegration; ma che disertarono quelli dello zoccolo duro integralista, ormai stanchi di sentire guizzi rabbiosi e introspettivi alternarsi a melodie da canzonetta, infarcite dei soliti urletti Smithiani, corredate dalle solite camicie scure e da chiome cotonate imprescindibili dall’icona-Cure, ma demodè.
Wish che, tuttavia, contiene una delle ballad più struggenti e complete della stagione della new wave britannica, marcata indubbiamente dalle ridondanze tipiche del Cure-sound di Kiss me Kiss me (vedi One More Time), ma miracolata da un testo toccante, da arrangiamenti preziosi e da un tema che fa veramente breccia: Trust. Un brano che non può non segnare le anime sensibili.
In conclusione, non uno dei capitoli fondamentali della loro discografia e nemmeno uno dei più anomali. Aurea mediocritas, pur con il dovuto rispetto e per quanto "medio" possa essere il valore di un’opera dei Cure:.... perchè non tutto il disco brilla di originalità e l’ascolto è a tratti faticoso, specie nella prima e nell’ultima parte.
Per gli estimatori da avere in ogni caso; per i semplici appassionati, magari, consiglio di farsi registrare quella manciata di |
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