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The Cure
Inserito il 20 settembre 2004 alle 14:20:07 da Deca.

Analisi personale su alcuni album dei Cure

FAITH

tracklist:


- the holy hour
- primary
- other voices
- all cats are grey
- the funeral party
- doubt
- the drowning man
- faith


La maturazione artistica dei Cure nella prima parte della loro storia passa
obbligatoriamente attraverso Faith. Un album decisamente introspettivo e
piuttosto minimale, che dai toni sfumati e chiaroscurali della copertina
riversa nella musica e nei testi l’essenza ben delineata della poetica
di Robert Smith.

Inevitabilmente povero di arrangiamenti - vuoi per l’ancora acerba
professionalità dei componenti, vuoi per l’approccio stilistico
aderente al trend dell’epoca - Faith è un’opera che si
riaggancia in più punti al precedente Seventeen Seconds e ne matura
i contenuti con una coerenza e una precisione più marcata. Infatti,
laddove Seventeen Seconds mescolava a canzoni già tipiche del repertorio
dei Cure (A Forest, M, Seventeen Seconds) ad episodi dai contorni psichedelici
(At Night, The final sound, Three), Faith canonizza la stesura dei brani,
li amalgama tra loro, incentra sul connubbio parole-atmosfera il percorso
narrativo dell’album.

Una certa connotazione "dark" prende forma nei titoli e nelle
liriche, inoltre. Pur lontano dai malesseri deformi e sofferti di Pornography,
Robert Smith scrive storie che spaziano dai ricordi d’infanzia personali
(Primary) a visioni metaforiche e simboliche esterne (All Cats Are Grey,
The Funeral Party); fino a stendere, nella conclusione, un ponte ideale
con il vicino futuro di Pornography (nella title-track Faith). Connotazione
"dark" dunque, che si fa espressione di un disagio non ancora
emerso, ma che si rispecchia negli eventi circostanti, nelle tragedie emotive
di ciascuno.

Il sound dell’album è molto delineato ed essenziale, basato
oltre che sulla voce sul basso - sempre in primo piano e carico di flanging
- su una batteria secca e poco virtuosistica, su vasti tappeti di tastiere.
Del resto la band era in attività da soli 3 anni e non aveva ancora
esperienza sufficiente per arricchire le idee con elaborazioni strumentali
particolari. Ma forse proprio qui sta la forza descrittiva e penetrativa
di Faith: l’ascolto si concentra senza distrazioni sulle linee melodiche
e ritmiche afferrando con facilità il senso profondo dei testi. Nessuna
concessione al gusto del prezioso, nessun compromesso con le tendenze che
l’allora magmatico panorama della new wave stava cercando di seguire.

I Cure, gruppo alternativo e poco noto, riuscivano a concretizzare il proprio
progetto in modo libero e coerente, senza troppi pensieri rivolti al mercato.

Faith resta a tutt’oggi uno dei lavori più significativi della
loro carriera, con due o tre brani memorabili e testi tra i più affascinanti
mai scritti da Smith (The Drowning Man, Faith, All Cats Are Grey).

PORNOGRAPHY

tracklist:

- one hundred years
- a short term effect
- the hanging garden
- siamese twins
- the figurehead
- a strange day
- cold
- pornography



< Pornography rappresenta ancora oggi una delle chiavi di volta della storia
dei Cure e di tutta la discografia della dark wave britannica. Un album
segnato da un pesante rapporto tra suoni e parole che si pone come pietra
di paragone per quella filosofia di vita depressa e pessimistica che caratterizzò
buona parte di una generazione.

A partire dal titolo e dalle immagini di copertina, risulta evidente l’intento
di Robert Smith e soci - all’epoca rimasti in due - di esprimere un
senso di disagio che travalica le normali riflessioni sulla vita e la morte
a cui il rock ci aveva abituato. Volti distorti come in quadri espressionisti
dipinti prevalentemente di rosso e nero, versi carichi di macabre visioni
e riflessioni nichiliste, ritmi ossessivi e trascinati da riff di chitarra
rigorosamente in tonalità minore: questi i principali elementi di
un’opera che ha una coesione di rara efficacia.

Pornography, infatti, è forse l’album più concettuale
e uniforme della band; un album dove i temi ricorrenti si amalgamano e vengono
riletti in varie prospettive, sia sul piano musicale che su quello lirico.
La voce di Smith echeggia risoluta e disillusa in atmosfere che sembrano
continuamente richiamarsi tra loro, fino all’apoteosi finale della
title-track che accarezza uno sperimentalismo mai più ripreso successivamente
dal gruppo.
"A strange day", "Cold", "A short
term effect", "The figurehead" sono le canzoni-manifesto
di una prima fase evolutiva che dalle grige malinconie di "Faith"
culminò con la radicale affermazione del no future. Ma è soprattutto
nel martellante brano di apertura "One hundred years" che si concentrano
tutto il malessere da esorcizzare e tutte le fobie dell’uomo contemporaneo,
legato indissolubilmente all’incubo del successo e della vecchiaia
più che al tesoro dell’esperienza.

Smith, Gallup e Tholurst non si impaludarono nei perfezionismi e riuscirono
così a creare un affresco di intensità irripetibile.

JAPANESE_WHISPERS

tracklist:


- Just one kiss
- La ment
- Let's go to bed
- Mr. Pink Eyes
- Speak my language
- The dream
- The lovecats
- The upstairs room
- The walk


brani scritti da Robert Smith in una delle fasi più instabili della
band britannica. Fase cronologicamente collocabile tra Pornography (1982)
e The Top (1984) e di grande rilevanza nella prospettiva storica dell’evoluzione
del gruppo. In quel periodo, infatti, Robert Smith maturò indipendentemente
dagli altri membri della band svariate idee e progetti, che lo portarono
a scrivere molto materiale sia in autonomia, sia collaborando con altri
musicisti dell’area dark-wave dell’epoca.

Ma il nome dei Cure, tralasciando il lungo tour con Siouxsie (con relativo
doppio album live) e l’album dei Glove (assieme a Steve Severin, bassista
dei Banshees di Siouxsie), si legò comunque ad una linea progettuale
ben precisa, che vide Smith affrontare una svolta stilistica e iconografica
notevole.

Dall’essenza delle canzoni che finirono poi pubblicate su Japanese,
maturarono infatti la "rifondazione" del gruppo e i due significativi
dischi della metà degli ‘80: The Top e The head on the door.

Lo stacco dalle atmosfere prolissamente oscure e nichiliste di Pornography
risulta subito evidente, laddove brani come Lovecats, Upstair’s room
e The walk mostrano un approccio più disinvolto, disilluso e spesso
scanzonato con le emozioni della vita. Pur restando aderente ad una visione
non luminosa del futuro e dei rapporti con gli altri, Robert Smith nel 1983
cominciò a scrivere testi meno incentrati sui corti circuiti interiori;
cominciò a guardarsi intorno, a descrivere amori quotidiani (Let’s
go to bed, Speak my language), piccoli drammi urbani (Lament), sensazioni
oniriche (Just one kiss, The dream). Il tutto impostato su una scelta di
sonorità sicuramente meno tradizionali per lo standard dei Cure;
sonorità generate dall’uso di strumenti a loro volta rivelatori
di una sfumatura più sarcastica e trasognata, al punto da contaminare
di jazz il mood di certi brani (pianoforti, trombe, contrabbassi, flauti)
o di tecnopop (sintetizzatori, drum-machines).

Tutto questo, non a caso, si riverserà parzialmente negli album successivi
di cui sopra, mitigando talvolta la vena scanzonata, ma cancellando fortemente
le impressioni depressive e dark degli esordi. Mantenendo forse più
viva l’impronta jazzistica che non quella elettronica.

Japanese Whisper racchiude l’essenza di questa fase e ne diventa unica
testimonianza, proponendo otto canzoni tra le molte che furono pubblicate
su mix, remix, miniLP nell’arco di quei quindici mesi.

Da rilevare, tra i vari strumentisti che collaborarono con Smith allora,
il bassista Phil Thornally (che suonò anche in The Top e nel relativo
tour) e il batterista Steve Goulding.

THE_TOP

tracklist:


- shake dog shake
- birdmad girl
- wailing wall
- give me it
- dressing up
- the caterpillar
- piggy in the mirror
- the empty world
- bananafish bones
- the top



Nel 1984 la scena della new wave andava radicalizzandosi sia nei suoi principali
filoni musicali, sia nell’immagine. Il magma del post-punk veniva
codificato attraverso tutta una serie di gruppi che definendosi ora gothic-punk,
ora dark, ora più semplicemente wave, davano vita a ramificazioni
di fans e di generi in realtà tutti accomunati dalla volontà
di reinterpretare gli stilemi del rock tradizionale.

I Cure, in questo panorama, si stavano muovendo tra l’instabilità
della formazione e la ricerca di un’identità che dopo le depressioni
di "Pornography" e il jazz-pop di "Japanese Whisper"
necessitava di direttive precise. Robert Smith e Lol Tholurst, leader storici
del gruppo, cominciarono ad adottare un look tetro e para-religioso che
facesse da specchio alle costanti angosce individuali e sostenesse una personale
rilettura delle cose prodotte fino ad allora.

The Top, infatti, pur considerato un album anomalo nella storia di questa
cult-band, suona un po’ come la sintesi dei progetti passati e di
quelli a venire. Intriso com’è di ammiccamenti burleschi e
giocosi (Caterpillar), di jazzismi e bluesismi rilassati e ironici (Bananfishbones,
Piggy in the mirror), di inquietanti e disperati riferimenti sessuali (Shake
dog shake, Give me it), di malinconie notturne (Dressing up) e di nenie
arabeggianti (Wailing wall), The Top sembra rieccheggiare con un nuovo smalto
le atmosfere dei primi dischi e nel contempo anticipare i successivi lavori.
Il tutto con una maturità artistica che superava in un balzo i semplicismi
pseudo-dance di "Upstair’s room" e "Let’s go
to bed" e poneva le basi di una nuova importante fase creativa.

Non si tratta di un’opera facile, immediata. Anzi, si tratta sicuramente
del lavoro più ostico dal punto di vista musicale, sebbene impreziosito
da ritmi e melodie che non sfigurerebbero nei dischi di qualche illustre
cantautore internazionale. Non c’è un solo brano che possa
arrivare al cuore con la semplicità lineare del successivo "The
head on the door". Non cè un solo brano che non riveli un percorso
complesso, una metafora poetica, un simbolismo quasi esoterico nelle intenzioni
di Robert Smith.

L’uso di vari animali nei titoli delle canzoni è l’esempio
più evidente di questa scelta trasversale. Ci sono il cane, l’uccello,
il maialino, il bruco, il pesce... e nei testi si citano anche l’orso
polare, il gatto... Una sorta di zoo umano in cui i personaggi si identificano
per comportamenti e stili di vita. A far da contorno al pesante senso di
smarrimento e di disillusione che attanaglia l’individuo incapace
di arrivare sulla cima e probabilmente incapace anche di scenderne.

Esplosioni di violenza ritmica si alternano a riflessivi momenti impressionisti,
in questo composito album che segnò una decisiva affermazione del
dark-look nel mondo giovanile. Capelli cotonati, rosari e crocefissi, scarpe
creeper, rossetti e rimmel sono l’altra faccia della soluzione di
mascherarsi altrimenti da animali; nella vita così come sul palco.

The Top dunque, apparentemente opera di transizione, sembrerebbe invece
la chiave di volta per capire l’evoluzione dei Cure e la definitiva
codificazione di un genere che, bene o male, segnò un’epoca.

KISS_ME_KISS_ME_KISS_ME


tracklist:


- the kiss
- catch
- torture
- if only tonight we could sleep
- why can't i be you?
- how beautiful you are..
- the snake pit
- hey you!!!
- just like heaven
- all i want
- hot hot hot!!!
- one more time
- like cockatoos
- icing sugar
- the perfect girl
- a thousand hours
- shiver and shake
- fight

La copertina arancione e rossa di Kiss me Kiss me Kiss me comparve nei negozi
di dischi verso la fine del 1987, dopo che i Cure avevano fatto fugaci apparizioni
in mezza Europa (Italia compresa) per proporre dal vivo in TV il nuovo pezzo
di punta Why Can’t I be You?

Pezzo che se da un lato spiazzava definitivamente lo zoccolo duro dei fans
storici, dall’altro poneva in luce che la svolta di percorso iniziata
4 anni prima era giunta all’apice; e che, soprattutto, si palesava
una precisa scelta commerciale. Proprio quella canzone così al di
fuori dagli schemi stilistici di Robert Smith, infatti, fu un passo decisivo
per conquistare il plauso di ampie frange di pubblico fino ad allora estranee
alle chiome cotonate e alle schitarrate dark. Il plauso ci fu, amplificò
i primi tentativi di ammiccare in modo autoironico (Close To Me, ad esempio)
e proiettò la band nelle posizioni alte delle classifiche mondiali.

Tutti questi presupposti, in ogni caso, non impediscono di valutare obbiettivamente
Kiss me Kiss me come un album abbastanza riuscito, emotivamente discontinuo,
ma pregno degli stilemi del gruppo e finalmente svincolato da un’iconografia
che marcava inevitabilmente la radice depressiva e paranoide di inizio carriera.
I colori vividi, alcuni titoli sicuramente leggeri, qualche testo scanzonato,
mescolati all’impronta più tradizionalmente pessimista di Smith
diedero vita ad un lavoro di ampio respiro capace di accontentare molti
palati e di non deludere completamente l’estimatore; senza nulla togliere
alla preparazione tecnica del sound e all’originalità di tanti
spunti creativi.

A mio parere il doppio LP poteva essere sforbiciato qua e là, per
quanto abbia una coesione tale da non appesantirsi di certi episodi ridondanti
(come The Snake Pit). Emotivamente mi è rimasto nel cuore ed ha segnato
il culmine di un periodo che come colonna sonora non poteva che avere quelle
canzoni: Catch, Icing Sugar, Torture, If Only Tonight We Could Sleep, All
I Want.... Canzoni che parlano specialmente di amore, sesso, rapporti personali,
cause ed effetti di avvicinamenti e rotture, intrise di riferimenti onirici
e ancor più di una chiara forza di volontà.

Il percorso allegorico e narrativo parte con la mirabile The Kiss - graffiante
e atrocemente passionale - per snodarsi lungo le intimità dei ricordi
(Catch), dei volti conosciuti (The Perfect Girl), degli episodi di vita
vissuta (How Beautiful You Are), dei presentimenti (Just Like Heaven) e
delle certezze (One More Time).

E non è un caso che l’album si chiuda con Fight, brano anomalo,
che ripete ossessivamente quanto l’esercizio della volontà
possa rimuovere il malessere a lungo sofferto e offrire vie d’uscita.
Combattere come soluzione all’instabilità individuale e di
coppia. Combattere per ottenere una vittoria morale e un risultato concreto.

L’ultimissimo anelito spontaneo di un autore geniale come Robert Smith,
che a partire dal successivo Disintegration si mostrò disilluso nonostante
tutto.

DISINTEGRATION


tracklist:


- plainsong
- pictures of you
- closedown
- lovesong
- lullaby
- fascination street
- prayers for rain
- the same deep water as you
- disintegration
- untitled
- last dance
- homesick

Le scritte sulla copertina di Disintegration sono come scrostate, corrose
dal tempo... ma sembrano, più che in fase di disfacimento, già sulla via della ricomposizione.

Tra bagliori di profondo verde, foglie di ninfee e altri fiori dalle corolle
intense, fa capolino il volto di Robert Smith, malinconicamente sorridente
e quasi clownesco; per la prima volta in dieci anni visibile chiaramente
su una copertina nella sua vera fisionomia.

Archiviate le distorsioni sanguigne di Pornography, gli stencil di The Top,
le fosforescenze di The Head On The Door, la mente creativa dei Cure emerge
fisicamente agli occhi di milioni di estimatori che hanno reso la sua band
una delle più celebrate cult-band della storia del rock.

Disintegration, a mio avviso, fu pubblicato al termine del secondo importante
punto di svolta; una svolta incentrata soprattutto sulla rottura del sodalizio
con Lol Tholurst (braccio destro fondatore dei Cure) che viene accreditato
solo marginalmente nella realizzazione del disco.

Disintegration rivela definitivamente che i Cure sono Robert Smith, che
le emozioni liriche e sonore della loro nutrita discografia sono lo specchio
esistenziale dei malesseri, delle dannazioni, delle guarigioni del loro
leader carismatico. E non a caso quel nome tanto celebrato (La Cura) giunge
alla fine degli anni '80 alla rilettura di un lungo bilancio e all'affermazione
di un'unica presa di coscienza, disincantata e serenamente disillusa.

Se Faith e Pornography portavano all'apice il rifiuto delle apparenze rassicuranti
della vita ("finiamo tutti nel bagagliaio di un'auto nera" - One
Hundred Years; "devo trovare una cura" - Pornography)... se The
Head On The Door e Kiss Me tentavano la carta della sana follia e del recupero
dell'anima infantile, del sesso e della reazione vitale ("combatti
combatti" - Fight).... Disintegration ci dice che tutte quelle soluzioni
non erano altro che placebo, evanescenti attenzioni agli aspetti istintivi
dell'esistere, momenti interiori riversati sugli altri e vissuti emotivamente
con adrenalina.

Le avvisaglie suggerite già da Sinking, ma tutto sommato nascoste
tra le pieghe di altre canzoni, in Disintegration tornano ad evidenziarsi:
tutto quello che ci resta sono i ricordi, le fugaci sensazioni dell'amore,
le tracce della memoria che quasi ci appaga - pur inafferrabile.

Brani come Pictures Of You, Lovesong, Fascination Street avvolgono l'ascoltatore
di ancestrali richiami al passato, di situazioni narrative fissate nel tempo,
ma impossibili da toccare se non con l'immaginazione. La semplicità
di ciò che resta in noi è disarmante e ci manifesta che l'unico
vero stato d'animo permanente è una disillusa nostalgia di noi stessi.

Smith scrive testi con una duplice chiave di lettura. E procedendo verso
la fine dell'album si sciolgono i dubbi, ci dichiara la sua certezza di
avere giocato e scherzato - con la carne e con il fuoco - di aver sofferto
e odiato.... ma di essere poi arrivato ad una consapevolezza molto più
lineare e onesta di ciò che è stato.

Disintegration, canzone ripetitiva, schematica, martellante e non per questo
meno struggente, diventa l'ultima luce autentica della carriera dei Cure,
che in seguito - pur con qualche apprezzabile guizzo - non faranno che ripetere
sè stessi e sfruttare il loro stile in modo discutibile.

Nel complesso l'opera risulta un po' tirata per le lunghe, con passaggi
bellissimi nella loro essenza, ma troppo diluiti nella stesura finale. Scelta
forse dettata dai testi piuttosto lunghi, ma più probabilmente voluta
per imprimere una specie di stasi rotatoria all'ascolto.

Infatti diventa quasi uno standard arrangiare le canzoni con una lunga introduzione
strumentale che viene poi ripetuta uguale con la voce sopra.

Questo condizionò anche la produzione materiale del disco, al punto
che solo le versioni in cassetta e in cd contengono i brani The Last dance
e Homesick. Sul vinile, che poteva contenere al massimo un'ora di musica,
furono messi solo i titoli più rappresentativi; e comunque, anche
solo quelli, portarono ad una stampa del supporto precisa al millimetro.

Grande successo commerciale, all'epoca, del singolo Lullaby, uscito subito
dopo Fascination Street (che passò inosservato). Grande successo
del tour relativo (The Prayer Tour) che toccò l'Italia a Milano e
Torino; e che portò definitivamente ai piedi di Smith e soci una
massa di pubblico non più formata da soli dark.

WISH
tracklist:

- open
- high
- apart
- from the edge of the deep green sea
- wendy time
- doing the unstuck
- friday i'm in love
- trust
- a letter to elise
- cut
- to wish impossible things
- end

Personalmente ho sempre considerato Wish un figlio illeggittimo della storia
tormentata e affascinante dei Cure; o quanto meno un figlio non voluto completamente,
frutto di un’evoluzione ormai giunta alla resa dei conti e dell’onda
lunga di due opere - come Kiss me Kiss me e Disintegration - che già
rappresentavano l’apice e la summa di una celebrata carriera.

Wish potrebbe essere benissimo una raccolta di brani scartati dai due precedenti
album appena citati, oppure una rilettura di alcune parti degli stessi.
La stesura di certe canzoni, i riff di chitarra, i testi, le atmosfere,
gli arrangiamenti, rimandano continuamente a vari episodi notevoli del periodo
compreso tra l’87 e l’89, quando i molti percorsi musicali e
lirici di Smith e soci confluirono in un variegato e rutilante circo emozionale.
Il circo che portò in pista le nostalgie di Faith, le visioni nebbiose
di Seventeen Seconds, i malesseri di Pornography, le ritualità di
The Top.

Il che, se da un lato potrebbe far sospettare una sorta di autoplagio teso
a ricalcare con formula sicura i successi già conseguiti, dall’altro
riconferma e consolida uno stile efficace, un autentico marchio di fabbrica,
che inizia con i vocalizzi striduli e ironici di Robert e prosegue attraverso
un sound inconfondibile di tessiture ritmiche e armoniche.

Le vagheggiate dichiarazioni d’amore di High tendono la mano a canzoni
come Catch o The Perfect Girl; le malinconiche note di Apart rispecchiano
da vicino The Same Deep Water As You; la filastrocca di Friday I’m
In Love riprende le tracce colorate di In-Between Days; le jazzature funkeggianti
di Wendy Time suonano un po’ come quelle di Hot Hot Hot; i graffianti
approcci rock di End echeggiano addirittura reminiscenze di Shake Dog Shake.

Insomma, l’insieme di Wish, nel 1992, sembra assumere i contorni di
un’ennesima celebrazione della "personalità" dei
Cure... allora più che mai tenuti insieme dalla presenza dei superstiti
Gallup e Smith, nonchè dall’autorevolezza artistica e poetica
di quest’ultimo. Al punto che molti si sono chiesti se ci fosse realmente
"bisogno" di un disco come Wish... almeno fino a quando non uscì
Wild Mood Swing (che per quanto discutibile e discutibilmente bruttino,
ruppe realmente le righe).

Wish che è un lavoro lungo e prolisso, fatto di canzoni di durata
anche superiore a quelle di Disintegration - tra cui due o tre che potevano
essere tagliate comodamente senza sminuirne la portata, anzi... From The
Edge Of The Deep Green Sea sfumando sui 4 minuti e anticipando le svisate
di chitarra che sono più avanti ci avrebbe guadagnato moltissimo
in coesione.

Wish che ha una delle copertine più enigmatiche e ostiche, nuovamente
sguarnita di qualsiasi riferimento alle figure umane, essenziale (come sempre)
nel proporre disegni e testi, impossibile da interpretare in funzione delle
atmosfere dell’album come invece accadeva nei lavori precedenti.

Wish che diede comunque origine ad un altro tour faraonico, a cui non mancarano
gli aficionados irriducibili e i fans dell’ultima ora già conquistati
da Disintegration; ma che disertarono quelli dello zoccolo duro integralista,
ormai stanchi di sentire guizzi rabbiosi e introspettivi alternarsi a melodie
da canzonetta, infarcite dei soliti urletti Smithiani, corredate dalle solite
camicie scure e da chiome cotonate imprescindibili dall’icona-Cure,
ma demodè.

Wish che, tuttavia, contiene una delle ballad più struggenti e complete
della stagione della new wave britannica, marcata indubbiamente dalle ridondanze
tipiche del Cure-sound di Kiss me Kiss me (vedi One More Time), ma miracolata
da un testo toccante, da arrangiamenti preziosi e da un tema che fa veramente
breccia: Trust. Un brano che non può non segnare le anime sensibili.

In conclusione, non uno dei capitoli fondamentali della loro discografia
e nemmeno uno dei più anomali. Aurea mediocritas, pur con il dovuto
rispetto e per quanto "medio" possa essere il valore di un’opera
dei Cure:.... perchè non tutto il disco brilla di originalità
e l’ascolto è a tratti faticoso, specie nella prima e nell’ultima
parte.

Per gli estimatori da avere in ogni caso; per i semplici appassionati, magari,
consiglio di farsi registrare quella manciata di

 
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